Gradara e la storia di Paolo e Francesca

Gradara Nella rocca medievale di Gradara si consumò la famosa “love story”, cantata da Dante, tra Paolo e Francesca. Le imposte della camera di Francesca, ormai, rimangono quasi sempre chiuse. Nessuno si affaccia più a quella finestra per “intenerirsi il cuore” guardando verso l’infinito. Da quel giorno del 1289 la stanza nella rocca di Gradara resta in penombra: si intravedono i muri affrescati, il grande letto e il leggendario leggio sul quale era appoggiato il libro “galeotto”, in cui si narravano gli amori proibiti di Lancillotto e Ginevra. Una botola nasconde il passaggio segreto che permetteva a Paolo di raggiungere l’amata, ma che non gli servì per fuggire, assalito dalla furia vendicativa di Gianciotto.

Tutt’intorno, l’armonia di un paesaggio che ricorda la pittura quattrocentesca. Ci sono momenti in cui, in questo panorama, tutto sembra essere stato creato apposta per far sbocciare un idillio. Se Francesca ha ceduto all’amore del cognato, qualche scusante deve esserle concessa.

L’antico borgo medievale, circondato dalle mura merlate, sorge a pochi chilometri dalla Riviera Adriatica. Dal punto più alto del colle, la rocca domina la manciata di case che formano il villaggio. E l’atmosfera sembra quella che tanto tempo fa avvolse Paolo e Francesca, dando vita a uno dei romanzi d’amore più celebrati dalla storia, dalla letteratura e dall’arte.

In luglio e agosto, la strada principale che conduce al castello viene occupata da ogni tipo di mercanzia e la rocca di Gradara diventa uno dei monumenti più visitati d’Italia. Si capiscono allora le battaglie che, da decenni, Gradara deve sostenere per difendere la propria leggenda, minacciata da Rimini e da qualche altra antica cittadina dei dintorni, che vorrebbero per sé la fama legata ai celebri amanti. Di prove certe, purtroppo, non ce ne sono e nemmeno Dante, nel famoso V Canto dell’Inferno, dà riferimenti geografici precisi.

Ma le dispute continuano, tanto che di recente è stato organizzato a Rimini un processo in piena regola per stabilire quale rocca malatestiana possa vantare il diritto di avere ospitato gli amori degli sfortunati cognati. Alla fine il dilemma è rimasto insoluto. Ma per chi conosce Gradara, e ha vagato di stanza in stanza, passeggiando nel piccolo cortile interno e nell’incantevole loggia rinascimentale, risolvere questi dubbi non sembra fondamentale. La suggestione, dopo ottocento anni, è intatta.

La storia di Paolo e Francesca è nota. I Malatesta erano signori di Rimini e la loro famiglia, sostenevano, discendeva addirittura da Scipione l’Africano. Malatesta da Verucchio, padre di Giovanni, detto Gianciotto, di Paolo il Bello, di Malatestino dall’Occhio e di Pandolfo, capì l’importanza strategica di Gradara e dette inizio alla costruzione della rocca. I Malatesta erano guelfi, come Guida da Polenta, signore di Ravenna, e per rafforzare la loro alleanza venne deciso il matrimonio tra il primogenito Gianciotto, valoroso uomo d’armi, e la bellissima Francesca, figlia di Guido.

A questo punto la storia s’intreccia alla leggenda: quasi a giustificare il futuro tradimento si narra che, per convincere Francesca a sposare Gianciotto, brutto e sciancato, le si fece credere che suo marito sarebbe stato l’affascinante Paolo. Il matrimonio, comunque, fu celebrato nel 1275 e in seguito Gianciotto divenne Podestà di Pesaro. Una disposizione dell’epoca proibiva al Podestà, che doveva essere straniero per offrire maggiori garanzie d’equanimità, di portare con sé la famiglia nella nuova città, e così Francesca andò a vivere nella vicina rocca di Gradara.

La sua vita solitaria era allietata soltanto dalle frequenti visite del cognato Paolo, ma un giorno, complice il libro che stavano leggendo, "la bocca (le) baciò tutto tramante… e quel giorno più non vi (lessero) avante" (Dante). La felicità non durò a lungo poiché Gianciotto, insospettito, li sorprese nella camera di lei. Prima Francesca, che tentava di difenderlo, e poi lo stesso Paolo vennero trafitti dalla spada del marito. Si dice che Gianciotto volle vendicarsi facendo precipitare il corpo del fratello in uno dei trabocchetti della rocca, mentre rinchiuse il corpo dell’amata Francesca in un antico sarcofago. Se ne perse ogni traccia finchè, quasi cinque secoli dopo, durante alcuni lavori di restauro venne trovato un sarcofago nel quale erano custoditi i resti “di una nobile dama avvolta in seriche vesti”.

Il destino di Gradara era ormai segnato: tra le sue mura si sarebbero consumati soltanto amori infelici. Alla fine del Quattrocento, passata sotto il dominio degli Sforza, la rocca ospitò Giovanni, che per accogliere la giovane moglie Lucrezia Borgia, figlia di Rodrigo (il futuro papa Alessandro VI), volle rendere l’antico castello medievale “luogo dilettevole e da pigliar piacere”. Le sale d’armi furono trasformate in ampie stanze luminose. La volta e le pareti del “salotti di Lucrezia” furono completamente ricoperti da splendidi affreschi, dove la bellissima castellana veniva ritratta sotto le sembianze della dea Fortuna. Autore dei dipinti fu forse Giovanni Santi, padre di Raffaello, che in quegli anni lavorò a Gradara.

I tentativi di Giovanni Sforza per circondare la moglie di agi e bellezze artistiche non servirono ad evitare la fine del suo matrimonio: il papa Alessandro VI lo costrinse ad accettare l’annullamento e a cedere i suoi possedimenti al figlio Cesare Borgia. Gli anni passarono ma le castellane ebbero sempre un posto centrale nella storia della rocca; tanto che, quando divenne dominio dei Della Rovere nel 1513, furono le loro mogli, Eleonora Gonzaga, Vittoria Farnese e Lidia Della Rovere, che resero famosa Gradara con feste favolose e sontuosi banchetti.

In settecento anni nel borgo si sono succeduti valorosi condottieri e nobili famiglie che, a loro ricordo, hanno lasciato stemmi e armi antiche. Ma per tutti la rocca di Gradara è rimasta quella di Paolo e Francesca. Se la loro tragica fine ha ispirato pittori e letterati di tutti i tempi, è soprattutto nell’Ottocento che la storia dei due amanti è diventata uno dei soggetti più diffusi della cultura romantica. Ingres dipinse addirittura sette versioni dello stesso quadro, variandone solo qualche piccolo particolare.

Dopo di lui, molti altri li ritrassero, da Giuseppe Bezzuoli a Mosè Bianchi e Dante Gabriel Rossetti, da Gustave Dorè, il più grande illustratore della Divina Commedia, ad Auguste Rodin e Gaetano Previati. Ne scrissero Edoardo Fabbri, Silvio Pellico e D’Annunzio, che vide in quella storia d’amore calpestato, il simbolo di un Medioevo dove la violenza e l’inganno soffocavano qualsiasi sentimento umano. La sua Francesca da Rimini, per la prima volta rappresentata a Roma nel dicembre 1901 con una struggente interpretazione di Eleonora Duse, venne poi musicata da Riccardo Zandonai, che ne fece il suo capolavoro.

E naturalmente del dramma di Paolo e Francesca non poteva mancare una versione cinematografica. In un film del 1949, con Odile Versois e Armando Francioli come protagonisti e un giovanissimo Roberto Murolo nelle vesti del giullare di corte, il regista Raffaello Matarazzo preferisce dimenticare i riferimenti classici della storia per farne un grande melodramma popolare.

Probabilmente questa cupa vicenda medievale non avrebbe ispirato tanti quadri, tragedie e melodrammi se in ogni artista non si fosse impressa nella mente la sofferta confessione di Francesca, che nemmeno tra i gironi dell’Inferno volle rinnegare l’amore per Paolo. Dopo tanti anni, il suo dolente "amor ch’a nullo amato amar perdona" ritorna nella nostra memoria con l’emozione che ci colse la prima volta, quando la poesia di Dante rese improvvisamente più vicino, comprensibile e “nostro” un tempo fino ad allora estraneo e lontano